Cari ragazzi, sperando di farvi cosa gradita, pubblico un mio breve intervento a valle di un convegno di qualche settimana fa...
Milano, Teatro Manzoni. Presentazione di una ricerca realizzata dalla società di un collega (e amico) in collaborazione con la mia cattedra. Il tema della ricerca: l’employer branding che – al di là dei tecnicismi (il tema è interessante, ma non è l’oggetto di questo post) vuol dire andare a chiedere ai giovani dove vorrebbero lavorare, e capirne le motivazioni. Oltre cento i partecipanti, tra responsabili del personale, consulenti, e naturalmente qualche giovane. Questi ultimi neanche tanti, in realtà: forse perché sanno già dove vorrebbero andare, e non hanno bisogno di sentirselo dire da noi. Tra i relatori, oltre al sottoscritto, un bravo head hunter, i responsabili dell’employer branding di alcune tra le prime aziende classificate, un paio di vecchi tromboni.
Tra questi (i partecipanti, o i tromboni, fate voi), il direttore di uno dei più noti MBA italiani. Forse il più famoso. Probabilmente (ma non ho controllato) il più antico. Il tema del suo intervento? La pubblicità del suo Master. Nulla di meno, nulla di più. Anzi, forse qualcosa di più c’è stata. A dire il vero, qualcosa di troppo. Cosa? Alcune delle motivazioni per le quali scegliere il suo master (anzi, parlando di marketing, le “leve” per le quali sceglierlo). Tra queste, cito testualmente, la necessità di riparare alla: “assoluta inefficacia delle università italiane, che non preparano all’attività lavorativa” ed in particolare “ai danni causati dalle ‘fabbriche di disoccupati’ come Scienze della Comunicazione”. E sino a qui poco male. Si è dimenticato che chi ha fatto la ricerca per la quale è stato invitato a parlare insegna proprio nella Fabbrica di Disoccupati. E in fondo ognuno è libero di dire la sua. Se non fosse che dopo il suo intervento ci sono state le domande… ma perché rovinare con una narrazione l’efficacia del dialogo diretto, ed ecco quindi – più o meno – come è andata (non è una trascrizione, ma il senso è quello…)
Domanda: Quali sono i parametri che utilizzate per l’accesso al Vostro Master?
Risposta: in primo luogo la Laurea. Scegliamo laureati in Economia e Ingegneria, non certo i malcapitati studenti delle cosiddette lauree deboli… Peschiamo dai politecnici di Milano e di Torino perché gli altri, pure che provengono da strutture che si autodefiniscono “politecnici” …bhè hanno studiato in luoghi che di politecnico hanno solo il nome!
Domanda: Ma lei, ad uno studente di scuola superiore che volesse iscriversi ad un corso di laurea “debole” cosa suggerirebbe?
Risposta: di tornare in sé! Che senso ha buttare tempo e soldi in qualcosa di vago, che non prepara al lavoro e, in ultima analisi, è fondamentalmente inutile? Se non ha voglia di fare nulla, che senso ha andare all’Università?
In realtà il dialogo è continuato per qualche minuto, sempre sullo stesso tono; vi risparmio gli ulteriori dettagli, ma vi riassumo il senso della cosa:
- La vostra Facoltà rilascia una laurea di Serie B. Siamo una fabbrica di disoccupati.
- Siete studenti di Scienze della Comunicazione? State perdendo tempo, non serve a nulla. Ma d’altro canto non vi interessa saperlo, perché vi siete iscritti perché non avete voglia di studiare.
- Siete professori di Scienze della Comunicazione? Siete quasi dei criminali, perché per rubare una cattedra state rovinando generazioni e generazioni di giovani.
- Volete fare i giornalisti? Siete la rovina del paese! I responsabili comunicazione? Non servite!
- Ovviamente quanto detto vale anche per Lettere, Filosofia, Diritto, Lingue (chissà cosa ne pensa l’Illuminato direttore di medicina, matematica, fisica… che esistano anche le lauree di serie B1, B2, B3…).
Stavo per assumermi la difesa d’ufficio della mia Facoltà, in realtà abbastanza alterato (è un eufemismo), ma il dissenso totale con il quale è stato accolto l’intervento dell’Illustre direttore mi ha dissuaso, lasciandomi con un senso di intima soddisfazione derivante dall’aver appurato la veridicità del detto per il quale se un cretino tace si può solo sospettare che sia davvero tale, ma se parla se ne avrà la certezza.
Ma non sono state le parole del Magnifico direttore ad irritarmi, quanto piuttosto l’agghiacciante coacervo di luoghi comuni e fallaci certezze delle quali erano vestite. Ed il rendermi conto che forse, in qualche modo, il Fantastico direttore a modo suo aveva anche ragione. Esistono le lauree di serie A e di serie B, come dice lui? No, assolutamente. Ma, a rischio di diventare impopolare, vi dico cosa penso: esistono gli studenti di serie A e di serie B. Quali sono gli studenti di serie A? quelli che studiano. Ovunque studino. Un cretino che viene dal politecnico è sempre un cretino, siapure tecnologico. Quali quelli di serie B? Tutti gli altri. Ma mai, e ripeto MAI, mi sarei aspettato da un adulto ragionevole e pure del settore un tale concentrato di miopia, spocchia e superficialità (peraltro, prima di parlare si guardi i dati di Alma Laurea, che neanche conosce). Ma soprattutto MAI mi sarei aspettato una così sfacciata mancanza di rispetto per quelle migliaia di studenti che scelgono un percorso con passione, sapendo in anticipo le difficoltà che incontreranno, e malgrado questo facendo sacrifici per superarle. Per quelle migliaia di studenti che credono in quello che fanno, e sono consapevoli che quello che guadagni non sempre esprime quello che vali. E che il valore delle persone non si esprime solo e sempre nel saper leggere un business plan.
Studenti di serie A e di serie B. Chi studia e chi non studia. Chi si impegna e chi usa l’università come un comodo limbo grazie al quale obliare la propria indecisione e, in ultima analisi, il non sapere cosa fare della propria vita. Chi considera lo studio un dovere nei confronti di se stesso, e chi vede l’Università come un diritto dovuto, ma senza che a questo diritto siano collegati doveri. Di alcun tipo. Chi sa cosa vuole, e chi sa che non vuole, e grazie al suo non volere trasforma anche chi vuole in uno studente con una laurea di serie B.
Ma anche io sbaglio. Sbaglio perché per un docente tutti gli studenti dovrebbero essere uguali. E per me non è così. Lo ammetto pubblicamente. Lo ribadisco. Ritengo che ci siano studenti di serie A e di serie B. Ho già detto quali sono i primi, e quali i secondi. Ai primi va tutta la mia gratitudine, per consentirmi di fare un lavoro che amo e vedere come questo lavoro sia pagato dal loro entusiasmo. Per permettermi di imparare ad insegnare, ed insegnare l’arte di imparare. Per le volte che mi hanno fatto capire che capiscono che lo studio non è per il voto. Per le volte che mi hanno chiesto consigli, e che mi hanno ripagato con la loro fiducia. Per le volte che non hanno capito, e mi hanno aiutato a farmi capire meglio. Perché i primi non sono sempre i primi, ossia i più bravi. Ma sono quelli che vogliono capire, vogliono imparare, vogliono crescere. Ai secondi, va la responsabilità del fastidio di rendermi conto che anche a causa loro viene svilito il lavoro e l’impegno degli altri, di quelli che fanno quello che fanno perché ci credono. E la rabbia del dover dare il destro a personaggi come l’Immenso Responsabile, che facendo di tutta l’erba un fascio non sa vedere il valore di persone che credono in quello che fanno, e forse lo fanno perché non vorrebbero vivere in un mondo fatto solo di ingegneri ed economisti.