Uno dei punti affrontati dal professore durante le lezioni è stato quello relativo al ruolo dei comunicatori nell’ambito delle tecnologie: il comunicatore è l’intermediario tra linguaggio tecnico e linguaggio comune, è colui che rende accessibile la tecnologia ai non-tecnici.
Per realizzare questa attività il comunicatore deve quindi conoscere le tecnologie in tutti i suoi aspetti, non solo quelli tecnici ma anche quelli riguardanti le barriere etiche.
Affrontare un discorso sui limiti etici della tecnologia è molto impegnativo e sicuramente non bastano poche righe per affrontarlo in modo esaustivo.
Di conseguenza con questo approfondimento, il mio obiettivo non è quello di comprendere tutti gli aspetti che riguardano questo argomento, piuttosto di fissarne alcuni tra i più importanti e di offrire uno stimolo per capire quale sia la strada per superare le barriere e le ambiguità etiche per sfruttare al meglio i vantaggi delle tecnologie.
In linea generale si può affermare che di fronte a un flusso prorompente di innovazioni tecnologiche, favorita da e favorente lo sviluppo di un mondo globalizzato vi è oggi una crescente percezione delle crisi che nascono dal disallineamento tra velocità di diffusione delle tecnologie e velocità di adeguamento della società e della cultura alle nuove condizioni create dalla innovazione tecnologica. Crisi di adattamento che possono determinare crisi sociali, disoccupazione, disagi nei comportamenti individuali.
Esistono nella società forti rigidità, inerzie e conservatorismi che di fronte a cambiamenti troppo rapidi si aggravano e si arroccano. Tali sono stati i fenomeni riscontrati nel passaggio dall’agricoltura all’industria, ma anche all’interno dell’industria nella evoluzione dei metodi di organizzazione del lavoro e di produzione (taylorismo ecc.).
Oggi si riscontrano fenomeni ancor più rilevanti a causa della maggiore velocità di diffusione delle innovazioni tecnologiche, dei processi di globalizzazione dei mercati e della introduzione di tecnologie dell’informazione e comunicazione che possono portare a una emarginazione crescente di fasce sociali inadeguate culturalmente o economicamente (digital divide).
Un'altra barriera etica della tecnologia è quella nel campo della biotecnologia i cui limiti possono essere sintetizzati attraverso gli elementi che emergono dalla controversia esistente tra i transumanisti e i bioconservatori.
Il transumanesimo è un movimento non rigidamente definito che si è sviluppato gradualmente nel corso degli ultimi vent'anni e che può essere visto come una diramazione dell'umanesimo e dell'Illuminismo. Esso sostiene che la natura umana è migliorabile con l'applicazione della scienza e con altri metodi razionali, metodi che potrebbero permetterci di aumentare la durata della vita umana in piena salute, di incrementare le nostre capacità fisiche ed intellettuali e di controllare il nostro stato mentale e il nostro umore. Le tecnologie in questione includono non soltanto quelle attuali, come l'ingegneria genetica e l'informatica, ma anche i previsti sviluppi futuri, quali la realtà virtuale completamente immersiva, la nanotecnologia molecolare e l'intelligenza artificiale. I transumanisti promuovono il punto di vista secondo il quale le tecnologie per l'incremento delle capacità umane dovrebbero essere rese liberamente disponibili e che l'individuo dovrebbe avere la possibilità di scegliere quali di queste tecnologie applicare a se stesso (libertà morfologica) e che i genitori dovrebbero normalmente poter decidere quali tecnologie riproduttive utilizzare nella procreazione (libertà riproduttiva). I transumanisti credono che le tecnologie di incremento della natura umana offrano un potenziale enorme per applicazioni importanti e benefiche per la razza umana. Nel lungo termine, è possibile che tali miglioramenti ci rendano, o rendano i nostri discendenti, “postumani”, esseri che potrebbero avere aspettative di vita indefinite (in piena salute), facoltà intellettuali molto più vaste degli esseri umani attuali e forse sensibilità e modalità interamente nuove, nonché la capacità di controllare le loro proprie emozioni. L'approccio più responsabile di fronte a questa prospettiva, secondo i transumanisti, è di abbracciare il progresso tecnologico e, allo stesso tempo, difendere vigorosamente i diritti umani e il diritto di scelta dell'individuo. E' inoltre necessario agire contro le minacce specifiche, quali l'abuso di armi biologiche da parte di terroristi o militari e gli effetti collaterali indesiderabili, ambientali o sociali che siano. In netta opposizione a questo approccio transumanista, troviamo un fronte bioconservatore che si pronuncia contro l'uso della tecnologia per la modificazione della natura umana. Bioconservatori prominenti includono Leon Kass, Francis Fukuyama, George Annas, Wesley Smith, Jeremy Rifkin e Bill McKibben. Una delle preoccupazioni principali dei bioconservatori è che le tecnologie che permetterebbero il miglioramento dell'essere umano potrebbero essere ”deumanizzanti”. La preoccupazione, espressa in diverse forme, è che queste tecnologie potrebbero minacciare la dignità umana o inavvertitamente corrompere un qualche aspetto di fondamentale importanza per l'essere umano, un qualcosa che è però difficile esprimere a parole o includere in un'analisi dei pro e contro. L'approccio migliore, secondo i bioconservatori, è di implementare una serie di divieti globali su aree di ricerca che appaiono promettenti per quanto riguarda la possibilità di applicazioni nel miglioramento della natura umana, in modo di prevenire uno slittamento verso una condizione postumana e degradante.
Un altro aspetto da fissare è quello della sempre crescente necessità della società contemporanea di controllare i cittadini a favore di una maggiore sicurezza ma a scapito della libertà e della privacy, dinamica che con l’avvento di internet è stata amplificata.
Sono stati gli studi di Foucault sulla sorveglianza a rendere comprensibile l’architettura del controllo che i sistemi moderni esercitano sulla società. Il controllo e la sicurezza sociale è così definibile come “un insieme di funzioni attribuite a certi apparati o a certe strutture storicamente determinate, le cui caratteristiche mutano nello spazio e nel tempo“. Connesso alla burocrazia, il processo di raccolta delle informazioni diventa la funzione fondamentale della “sorveglianza moderna in quanto permette la minuziosa e scrupolosa osservazione degli individui” (Giddens 1985). La genesi della società della sorveglianza (Lyon 2002) è da ricercare nei metodi di razionalizzazione e di organizzazione degli individui, nella incalzante volontà politica di controllare le persone, nella naturale predisposizione degli Stati nazione di moderna concezione.
Le nuove tecnologie si prestano ad essere intimamente connesse ai metodi di organizzazione e razionalizzazione sociale e la sorveglianza, come metodologia del controllo sociale, negli anni si è andata plasmando sempre più ai nuovi sistemi. Quindi partecipare alla società moderna, in qualche modo, significa essere posti a sorveglianza elettronica. Il processo di “informatizzazione forzata” contemporaneo finisce con l’innestarsi sulla tendenza al controllo burocratico della società e ne amplifica la portata.
Dopo aver fatto questo breve excursus, credo di poter affermare che tutti convengano che le tecnologie e l’innovazione tecnologica siano il motore principale della crescita e dei cambiamenti economico-sociali in tutta la storia dell’umanità, ma ciò che è più difficile definire è quando la tecnologia può assumere valenze positive piuttosto che negative; la tecnologia non ha a priori in sé contenuti di bene o di male e non è qualcosa di distante o di diverso dagli uomini e dalla società che la produce in quanto la tecnologia non è altro che il prodotto della scienza e delle conoscenze di una società di persone.
Sfruttare al meglio i vantaggi offerti dalle tecnologie dipende fondamentalmente dalla capacità di “gestione politica” : il problema politico delle società è l’indirizzamento e la gestione dei processi di diffusione tecnologica, cercando, più che di rallentare la tecnologia (cosa tra l’altro quasi impossibile in un mondo globalizzato), di lavorare invece sui processi di adeguamento dei sistemi sociali al fine di trarne i maggiori benefìci e di minimizzare, attraverso la formazione e la crescita culturale, le disparità economiche e sociali tra i paesi e all’interno delle comunità, preservando le identità e le diversità.
Abbiamo assistito in questi anni a un prevalere del mercato sulla politica e ciò ha portato certamente a squilibri e crisi. Come chiaramente indicato dalla fase negativa che stiamo vivendo. Il giusto rapporto tra dinamica della tecnologia e dinamica della società può essere raggiunto ridando un ruolo corretto alla politica intesa come definizione e rispetto di regole di base, riduzione dei divide, grandi investimenti in formazione e conoscenza diffusa, promozione di innovazione culturale.
Tutto ciò deve e può avvenire proprio utilizzando le grandi opportunità offerte dalla strumentazione sviluppata dalle innovazioni tecnologiche (si pensi all’uso di strumenti di eLearning nella formazione di massa). E attraverso un mix corretto di intervento pubblico e azione del mercato.
Il problema dei controlli con la diffusione di Internet e delle reti interattive è divenuto cruciale, non solo per la finanza di cui si vedono chiaramente gli effetti in termini di apparente irrazionalità dei comportamenti, ma anche nella tutela della privacy, nella difesa contro la criminalità, il terrorismo e il vizio, nella tutela della proprietà.
Oggi occorrono regole internazionali, e non più solo nazionali, per affrontare tali questioni. Ma mancano le istituzioni globali ed è qui che occorre fare un grande sforzo, a cominciare dalla finanza.
Come sostiene Bruno Lamborghini in un suo articolo, oggi questa base etica può trovare solido aiuto proprio da parte della tecnologia stessa attraverso una possibilità di diffusione dell’accesso alla conoscenza e allo sviluppo di reti relazionali mai sperimentata nella storia dell’umanità. In questo contesto si colloca la ricerca e definizione di nuove regole comportamentali per esempio da parte delle imprese, non solo e non tanto in conseguenza di scandali manageriali recenti, ma soprattutto perché sta divenendo sempre più necessario ampliare l’orizzonte del governo delle imprese che si trovano di fronte a un numero crescente di stakeholders e quindi oggi parliamo molto di Corporate Social Responsibility, di Corporate Governance, di Business Ethics.
Tutto questo, non per una ennesima contrapposizione ideologico-conflittuale tra obiettivi sociali, progresso tecnologico, impresa, mercato (su cui si sono costruite talvolta artificiose realtà che hanno distrutto ricchezza e creato iniquità sociali), ma per avviare un processo di creazione di ricchezza quantitativa e qualitativa in grado di consentire un allineamento e non un disallineamento tra progresso tecnologico e sviluppo sociale.
Etica sociale, tecnologia ed economia non sono realtà separate o contrapposte, ma elementi tra loro sinergici e integrati in un processo di crescita su basi di equità. Questi concetti hanno costituito la base della “utopia concreta” di Adriano Olivetti, il quale è stato un “imprenditore-progettista sociale” che considerava l’innovazione, sia tecnologica sia organizzativa, non fine a se stessa o al solo obiettivo economico, ma finalizzata a un contesto di crescita della comunità sociale, dentro e fuori la fabbrica.
L’azienda era vista da lui come reale comunità sociale di persone che operava per creare ricchezza, non solo materiale, ma sociale, civile, culturale, per ricercare la bellezza negli oggetti, nella tecnologia, nelle fabbriche, nella vita individuale e collettiva, nel rispetto della persona come essere libero, sia essa lavoratore o consumatore. Adriano Olivetti scriveva nei saggi raccolti nel volume “La Città dell’uomo”: «La nostra speranza consiste in una vita in cui la lotta non sia per il denaro e il potere, ma in uno sforzo per il bene della comunità, per la vita e l’affermazione dei suoi figli migliori, nella costruzione di una autentica civiltà, in cui ciascun uomo saprà di essere parte di un corpo più grande di lui», ma la sua aspirazione etica non si è mai contrapposta o ha rifiutato la ricerca di un risultato economico, come hanno dimostrato i successi conseguiti, ma anzi ne ha determinato feconde sinergie, attraverso la partecipazione al lavoro e agli obiettivi aziendali, la produttività conseguente alle innovazioni organizzative, lo stimolo all’innovazione tecnologica e al design dei prodotti per l’uomo e non contro l’uomo, la crescita culturale della persona.
Questo modello di Olivetti è sicuramente difficile da realizzare se non un po’ utopico, ma può essere ancora un utile riferimento su cui riflettere oggi.
In un momento di forti discontinuità, credo che sia apprezzabile proporre riferimenti per una nuova etica volta a creare società più coese e partecipate con obiettivi condivisi, comunità aperte in cui la tecnologia agisca da elemento di unione e non di separazione.